Palla al centro in Albania, è nata la prima società di esport balcanica

BLG, Giochi Galliano e alcuni azionisti albanese hanno costituito ieri la prima società di esport in Albania.

A luglio, a Tirana, ci sarà la prima Olimpiade balcanica di esport dove si stima possano partecipare circa 2000 concorrenti con un montepremi importante.

Ma questo è solo il primo passo della neonata società che aprirà anche diversi centri di gioco in tutti i Balcani.

Sport elettronici, spesso abbreviato con eSport(dall’inglese electronic sports), e-Sport o esport[1], indica il giocare videogiochi a livello competitivo organizzato e professionistico.

I giochi che ne fanno parte solitamente sono multigiocatore, sebbene sia possibile anche competere con giochi a giocatore singolo, cercando di ottenere il maggior punteggio. I generi più comuni sono strategici in tempo reale (RTS), picchiaduro, sparatutto in prima persona (FPS), Massively multiplayer online (MMO), giochi di guida, Multiplayer Online Battle Arena (MOBA). Sono giocati competitivamente a livello amatoriale, semiprofessionistico e professionistico, e ne vengono organizzati campionati e tornei, sia online che dal vivo.

I tornei live sono organizzati come qualunque altro evento sportivo, con arbitri e commentatorispecializzati nello specifico gioco, mentre le fasi di qualifica si tengono spesso tramite piattaforme online. Tra le competizioni internazionali più note vi sono il World Cyber Games, l’Electronic Sports World Cup, il DreamHack ed i diversi tornei annuali organizzati da ESL (originariamente Electronic Sports League) e MLG (Major League Gaming).

La Atari organizzò già nel 1980 negli USA un torneo di Space Invaders che attirò oltre 10 000 partecipanti[5].

Una vasta crescita del fenomeno si ebbe alla fine degli anni 1990, con l’introduzione di grandi competizioni sponsorizzate, trasmesse anche su canali televisivi. Il primo campionato internazionale professionistico è la Cyberathlete Professional League, fondato nel 1997.

Il proliferare di competizioni con montepremi anche di cifre vicine ai 2 milioni di dollari ha portato alla creazione di leghe professionistiche in ogni paese del mondo e alla costituzione di squadre professionistiche. La crescente disponibilità di piattaforme multimediali in streaming online, particolarmente Twitch.tv, è diventata fondamentale per la crescita e la promozione dei concorsi di eSport.

Nel dicembre 2014 Rob Pardo, uno dei creatori di World of Warcraft, ha avanzato la proposta di far diventare gli sport elettronici una disciplina olimpica; Pardo ha basato la sua iniziativa sia sull’esercizio fisico richiesto ai giocatori competitivi di sport elettronici sia sul numero di spettatori e partecipanti ai vari tornei.[6]

Secondo un rapporto di Deloitte Global, il settore eSport ha generato un fatturato di circa 400 milioni di dollari in tutto il mondo nel 2015 e le previsioni per il 2016 erano di 500 milioni, con un pubblico vicino ai 150 milioni di persone, tra regolari e occasionali[7].

Un’accurata analisi svolta da Newzoo, nel febbraio del 2017, indica che il fatturato totale raggiungerà 696 milioni di dollari entro il 2017 con un’alta probabilità di raggiungere un miliardo e mezzo entro il 2020, grazie al duplicarsi degli investimenti aziendali nel settore.[8]

Nel 2017, a seguito della crescita esponenziale degli eSport nel mondo, si inizia a considerare la possibilità di vedere competizioni eSport come evento da medaglia per i Giochi Olimpici di Parigi del 2024.[20] Il Comitato Olimpico Internazionale sarà tenuto a prendere una decisione finale dopo le Olimpiadi di Tokyo del 2020.[21] Il co-presidente della Commissione, Tony Estanguet, ha espresso un forte interessamento innanzi la possibilità di vedere gli eSport tra i Giochi Olimpici, soprattutto dato l’elevato numero di spettatori tra i millennial e le generazioni più giovani.[22]

BLG ACADEMIA a giugno l’inizio delle lezioni

Nasce a Tirana la filiale operativa della scuola di formazione specializzata in PMI con un catalogo di 129 corsi di formazione è la più importante struttura di formazione per l’avvicinamento al metodo ed alle procedure europee.

Il centro formerà gli allievi in 7 macro discipline suddivise ciascuna in moduli specifici e solo con docenti provenienti dalla Regione Lombardia che rilasceranno agli allievi degli attestati di frequenza riconosciuti dalle imprese italiane e dal sistema imprese Lombardo in generale

Per ulteriori informazioni visitate http://www.blg.al sezione academia

Turtle Balcan, in Albania per finanziare gli operatori del trasporto pubblico per l’acquisto di veicoli elettrici.

Nasce oggi la prima filiale operativa dell’istituzione finanziaria Turtle Capital.

Con un accordo che ha permesso l’ingresso del 30% nel capitale sociale della Turtle balcanica, società per azioni di diritto albanese controllata dalla finanziaria elvetica, blg ha aggiunto un’importante società operativa al proprio parterre di partecipazioni.

La società che è nata oggi dall’accordo tra il gruppo finanziario Elvetico e la società di sviluppo albanese BLG ha come Focus operativo quello di sostenere finanziariamente le compagnie che hanno necessità di un sostegno finanziario nell’acquisto di veicoli ecologici; in particolar modo la Turtle balcanica sosterrà finanziariamente tutti gli operatori del settore autotrasporti che necessiteranno di acquistare dei veicoli con propulsori elettrici.

Oltre a questo la società sarà il partner che affiancherà tutte le aziende del mondo blg e le consociate con l’organizzazione Compagnia delle Opere per supportarli nella gestione dei crediti commerciali derivanti da forniture nei confronti degli enti pubblici di Albania Kosovo macedonia e Montenegro.

La società costituita oggi avrà la propria operatività della città di Tirana e inizierà ad operare con gli operatori del settore alla conclusione dell’iter burocratico di riconoscimento da parte della banca centrale.

E un’iniziativa importante strategica in un area geografica che ha enormi potenzialità di sviluppo e che ci vede desiderosi di un ruolo importante nel sostegno della crescita dell’utilizzo di veicoli elettrici.

BLG Vinalbany Sessione 2°, direttamente gli ordini per il prodotto di eccellenza

Si è conclusa in maniera entusiasmante La seconda sessione della rappresentazione delle eccellenze enologiche Lombarde piemontesi Venete e marchigiane organizzata da ente fiera e blg.

Le aziende presenti hanno incontrato diversi operatori del settore provenienti da Albania Kosovo macedonia e Montenegro e Hanno raccolto già i primi ordini di fornitura direttamente durante l’evento.

È stato un evento molto sentito dal punto di vista della partecipazione che ha dato la possibilità di confrontare ancora una volta due culture differenti ma che è si avvicinano dell’apprezzamento delle reciproche eccellenze.

BLG Vinalbany rende omaggio ai çam albanesi

Con la seconda sessione della manifestazione legata al mondo del vino che ha avuto nella prima parte che si è svolta al mese scorso un grande successo di pubblico e di affluenza di operatori professionali, che si ripropone domani per 2 giorni con altre imprese produttori di vino della Regione Lombardia, BLG ha deciso di rendere omaggio ad una regione storica dell’Albania che è stata in passato vessata da persecuzioni e da deportazioni; la Qameria, è il nome della Regione, sarà presente alla manifestazione attraverso l’esibizione di costumi antichi popolari con i quali le hostess presenti all’interno dell’evento sfileranno per tutta la giornata di domani permettendo ai partecipanti che vengono dalla regione Lombardia di verificare e toccare con mano anche un pezzo di storia che non viene così spesso raccontata e vista dagli occhi di noi occidentali.

HSD investe nella bioedilizia, progetti allo studio anche nei Balcani

Il progetto ” Casa Allegra “, ECO BUILDING, in collaborazione con la società ” CentoArchitetti Group ” dell’Architetto Maurizio Capobianco,

partner di HSD GROUP, prevede la realizzazione di un piccolo villaggio su un’area di oltre 4 ettari, sita a soli due minuti dall’uscita di Campagnano

di Roma e dieci minuti dal G.R.A.

L’area verde dista circa 2 chilometri dal centro del paese e gode di una vista spettacolare che consente di vedere il mare.

La posizione predominante su tutta la Valle del Baccano, nel piacevole contesto del Parco di Veio, rende la location unica ed esclusiva.

Il villaggio prevede la realizzazione di 16 ville indipendenti di 212 mq, circondate da oltre 1000 mq di giardino privato con piscina.

All’interno dell’area verde è prevista una grande piscina condominiale ed il campo tennis.

Le case dal design unico, utilizzato come brand distintivo e protetto come modello di utilità, godono del titolo di Eccellenze Italiane e sono state presentate dalle Nazioni Unite nei 18 corner dell’ONU all’EXPO’ di Milano.

All’interno dell’area è prevista la realizzazione di una piccola struttura alberghiera con accesso separato.

Video delle realizzazioni

Tirana Security Experience, il 16 Marzo la sicurezza fa tappa in Albania

TSE LogoBLG inaugura la prima edizione di TSE, il Tirana Security Experience, una manifestazione dedicata agli operatori della sicurezza e dell’antincendio; il particolar modo il TSE darà la possibilità a tutti i partecipanti di registrarsi gratuitamente e usufruire di un programma europeo finanziato per la certificazione della loro attività secondo le più moderne norme europee.

Per registrarsi all’evento telefonare alla segreteria 069 52 94 282

A Fush Kruja in Albania oggi Olivetti inaugura il primo giorno di lavoro

Capace di integrare la gestione tecnologica dell’infrastruttura informatica e dell’intero ciclo di vita degli asset It con quella amministrativa ed economica.

E così nasce il primo Polo Italo albanese per il ricondizionamento di macchine per ufficio, ovvero, riportare a nuova vita con adeguamenti tecnologici computer, stampanti e server e destinarli ai mercati emergenti dopo un periodo di servizio presso i grandi utilizzatori italiani come poste e banche.

A Fush Kruja, cittadina a 40 km dalla capitale albanese, oggi si è inaugurato il primo giorno di lavoro per gli addetti che inizieranno questo processo industriale guidata da Olivetti Maintenance.

Nell’era della globalizzazione per continuare a operare in contesti sempre più complessi e competitivi è necessario disporre di infrastrutture tecnologiche flessibili e performanti in grado di evolvere in base alle esigenze di business: più facile a dirsi che a farsi, visto che l’informatica è un generatore di notevoli problemi. «La soluzione esiste – assicura Federico Nicolini, amministratore delegato di Olivetti Maintenance Italia – ed è rappresentata dall’esternalizzazione globale degli asset It lungo l’intero arco del loro ciclo di vita». L’importante, naturalmente, è affidarsi a un partner tecnologico di comprovata serietà e affidabilità in grado di dare adeguate garanzie in termini di competenze tecniche, stabilità strutturale e, naturalmente, prossimità geografica; proprio i tre capisaldi su cui si basa, da oltre trent’anni, il successo di Olivetti Maintenance , multinazionale che in Italia vanta numeri di tutto rispetto: 14 filiali sparse su tutto il territorio nazionale, 1.700 clienti fidelizzati, uno staff di 230 persone e un fatturato 2009 di circa 545 milioni di euro, con un utile prima delle imposte di 12,4 milioni e un patrimonio di riserva di 62 milioni, una solidità finanziaria che pochi possono vantare, soprattutto in un contesto economico turbolento come quello attuale.

«Oggi le aziende, soprattutto quelle di dimensioni medio-grandi, sono alla ricerca di fornitori globali, in grado di aiutarli a far diventare l’infrastruttura It una vera e propria leva strategica di business, al di là dei singoli prodotti e servizi negoziati – precisa Manlio Gramegna, direttore commerciale di Olivetti Maintenance Italia -; la nostra strategia va proprio in questa direzione, perché le competenze di cui disponiamo ci consentono di posizionarci come abilitatori dell’innovazione a tutto tondo».

Essere vicini ai clienti

Olivetti Maintenance dunque può essere annoverata tra i tre principali player di mercato nel mondo dei servizi informatici. «Il nostro capitale più importante è rappresentato dalle risorse umane – assicura Gramegna -; lavoriamo in un ambiente piacevole, dinamico e allo stesso tempo sfidante, che rende possibile raggiungere obiettivi ambiziosi. I nostri team, skillati su tutte le piattaforme – Wintel, iSeries, Unix, mainframe, storage, networking, mobility, security – forniscono competenze di alto livello nei servizi di locazione evolutiva e di infrastruttura centralizzata e distribuita e una visione globale in ambito tecnologico e gestionale. Naturalmente il valore del singolo può esprimersi al meglio solo all’interno di un’organizzazione strutturata razionalmente, ed è per questo che abbiamo segmentato il mercato in tre macro-aree, seguite da altrettante divisioni commerciali. Uno dei plus che i nostri clienti ci riconoscono è la flessibilità unita alla prossimità: i nostri clienti hanno sempre una persona di riferimento dedicata, ogni richiesta o esigenza viene gestita considerando le specificità del cliente. Caratteristica che non sempre è riscontrabile in molti altri “colossi” dell’Information technology. Abbiamo innanzitutto una forza vendita diretta che interagisce con i clienti “istituzionali”, per i quali il rapporto senza intermediari con i fornitori di tecnologia rappresenta un must irrinunciabile. Vi è poi la direzione Large Account, focalizzata su aziende di grandi dimensioni che possono contare migliaia di postazioni di lavoro: in organizzazioni così complesse gli attori coinvolti nel governo degli asset It sono molteplici e la conoscenza circa la gestione e l’organizzazione dell’infrastruttura informatica interna è spesso frammentaria. Il corretto posizionamento della nostra offerta, integrato a un processo di accounting dedicato, ci ha permesso di ottenere risultati importanti, come, per esempio, l’acquisizione di clienti del calibro di Aci, Inpdap e Gruppo Allianz, solo per citarne alcuni. La terza direzione commerciale, infine, denominata Business Partner, cura le relazioni con realtà che trovano complementari i nostri servizi. Si tratta di attori di varia natura (vendor come SAP, system integrator, Var, …) che capiscono il valore della nostra proposizione e decidono di integrarla nella loro offerta, dando vita a un circolo virtuoso vantaggioso per tutti».

Un’offerta globale per l’It Governance

Olivetti Maintenance è una società completamente indipendente dai produttori di hardware e di software in grado di prendere in carico la gestione di sistemi informativi sviluppati su qualunque piattaforma, dai grandi mainframe ai sistemi mid-range: la locazione è concepita in modo dinamico ed evolutivo tesa a garantire alle aziende la disponibilità di apparecchiature informatiche sempre in linea con le esigenze del business; asset management inteso come controllo e ottimizzazione del parco installato; servizi tecnologici – erogati anche in outsourcing totale o parziale – per assicurare la disponibilità dei sistemi, garantirne il funzionamento e la sicurezza.

«La locazione operativa, da cui tutto ha avuto inizio, si sta rivelando una scelta vincente per un numero crescente di aziende di tutte le dimensioni perché consente di evitare l’immobilizzo dei capitali aziendali, di ottimizzare il rinnovo tecnologico in base alle necessità e di pianificare gli investimenti It in maniera molto più flessibile – dice ancora Barbi -; oggi, però, i clienti vogliono di più e noi, grazie al know how maturato in oltre tre decenni di attività, siamo in grado di proporre soluzioni che prevedono una piena integrazione tra servizi di locazione informatica e servizi tecnologici attraverso un approccio consulenziale: server consolidation, virtualizzazione, business continuity e, a tendere, gestione degli asset in una logica di cloud computing, solo per citarne alcune».

Per consolidare il proprio posizionamento nell’ambito dei servizi It, Olivetti Maintenance ha da tempo avviato anche una strategia di crescita per linee esterne che, nel 2008, l’ha portata ad acquisire il Remote Delivery Centre di EDS, un centro per l’erogazione di servizi di monitoraggio e amministrazione remota in ambiente iSeries-AS/400 per tutta l’Europa, il quale distribuisce soluzioni di business continuity a 167 centri di elaborazione in 35 Paesi, con 120mila utenti serviti. Un’iniziativa che ha consentito a Olivetti Maintenance di potenziare e migliorare l’offerta di gestione remota dei server per i propri 12mila clienti attivi in Europa, il 20% dei quali utilizza proprio sistemi iSeries. È dello scorso maggio, inoltre, l’ufficializzazione dell’acquisizione della svizzera Ficorent, società indipendente specializzata nella locazione evolutiva degli asset It, un’operazione che ha rafforzato il posizionamento della società sul mercato della Confederazione Elvetica e ne ha riaffermato la leadership a livello europeo.

La bolletta informatica è ormai una realtà

Sintetizzando, si può dire che Olivetti Maintenance è in grado di gestire tutto il ciclo di vita degli asset It di una azienda, dalla progettazione e definizione dell’architettura di sistema alla business continuity fino ad arrivare alla dismissione e sostituzione degli apparati diventati obsoleti, servizi che possono essere erogati in modalità tradizionale o in outsourcing, totale o parziale. «L’importante – concludono Barbi e Gramegna – è consentire ai clienti di scegliere. Grazie a nuovi paradigmi tecnologici, quali la virtualizzazione e il cloud computing, oggi l’It può veramente essere considerata un’utility, alla stregua della luce o del gas. Un servizio erogato da un unico operatore che si fa carico di tutto il processo – approvvigionamento, manutenzione e gestione – emettendo periodicamente una fattura omnicomprensiva, che a noi piace chiamare “bolletta informatica”, la quale accorpa tutte le spese correlate alla fornitura. E si sa, quando un’azienda riduce il numero dei fornitori, diminuiscono anche le complessità e i costi, soprattutto quelli nascosti».

Marelli Energy Albania programmi ed aspettative

Nasce MARELLI ENERGY, programma ed aspettative.

Perfezionata la nascita della MARELLI ENERGY a Tirana (Albania), realizzata dalla Marelli Lighting al 51% il cui azionista di maggioranza (ERCOLE MARELLI) è una delle aziende storiche più importanti in Italia, la HSD ALBANIA al 39% il cui azionista di maggioranza, la HSD GROUP con sede a Malta, è azienda storica riconosciuta in ambito internazionale per l’attività di Management in progetti legati alla Green Energy e la BLG GROUP al 10%.

L’azienda, con la sua costituzione, assorbe varie sedi produttive in Albania, dove il gruppo opera da oltre 25 anni, ed ha visto la nuova assemblea dei soci nominare all’unanimità Gianfranco Liuzzi con la carica di Amministratore ed il dr. Germano Ventura quale Direttore Generale.

L’azienda, inoltre, è entrata a far parte del gruppo che opera nel settore della produzione e manutenzione di turbine per centrali idroelettriche, di parchi fotovoltaici e produttore di motori elettrici per il comparto industriale, offrendo opportunità occupazionale ad alcune decine di lavoratori nelle 4 sedi distribuite nel territorio della Repubblica di Albania.

E’ un’operazione del tutto in linea con il nuovo posizionamento del Gruppo, come dichiarato dal Dr. Ventura, Direttore Generale di Marelli Energy, destinato a portare l’azienda ad essere un vero fornitore di servizi e tecnologie innovativi oltre che di prodotti per i propri clienti. Grazie a questa operazione, si potranno sviluppare sinergie in ambito di prodotti e servizi, allo sviluppo di nuove attività dedicate all’efficienza energetica e sinergie di costo generali.

Tutto ciò, prosegue il dr. Ventura, in quel percorso di sviluppo che vede il gruppo, da sempre impegnato ad offrire alle comunità in cui opera nuovi strumenti capaci di coniugare le esigenze energetiche dei singoli con la necessità collettiva di maggior sostenibilità sociale e ambientale”.

Noi della Marelli Energy crediamo che il mondo in continua evoluzione porti sempre a nuove sfide e sia pertanto necessario essere sempre aggiornati, crescere culturalmente e dimensionalmente.

BLG contribuisce alla crescita albanese, 166 nuovi posti di lavoro nel gruppo

Il 25 gennaio quattro compagnie del gruppo BLG apriranno le porte a 166 candidati in cerca di lavoro, Olivetti Maintenance, Catapult, FCA, HSD e Essence proporranno offerte di lavoro per giovani albanesi in cerca di un lavoro.

Per partecipare alla selezione è sufficiente presentarsi al museo nazionale di Tirana giovedì alle 15.00.

Professionisti eccellenti sbarcano in BLG Tirana e accrescono la professionalità dello staff dirigente.

Sta ottenendo un enorme successo il programma di inserimenti lavorativi di nuove figure professionali all’interno della direzione di Tirana di professionisti di provata esperienza ultra quarantenni e ultra cinquantenni che hanno trovato nel nostro gruppo una opportunità stimolante di mettere a disposizione la loro esperienza e le loro capacità per lo sviluppo delle attività aziendali.

L’ingresso di queste nuove figure anche la funzione di mentoring di giovani funzionarie albanesi che da questa iniziativa avranno l’opportunità di acquisire capacità lavorative e professionalità frutto dell’esperienza quarantennale dei nuovi colleghi arrivati dall’Italia.

Il mercato del lavoro italiano purtroppo a volte particolarmente spietato nei confronti di persone che hanno superato una certa età e che secondo i canoni moderni lavorativi sono di difficile ricollocamento, la nostra organizzazione ritiene invece che queste persone siano un patrimonio da non disperdere e da utilizzare per valorizzare le eccellenze del nostro territorio regionale.

I primi due professionisti arrivati vengono da esperienze di direzione nel campo militare e nel campo della grande distribuzione elettronica, Il programma prevede l’integrazione in due dipartimenti dell’azienda relativi alle organizzazioni fieristiche e alle attività di relazione con le imprese europee anche di altre tre figure che nelle prossime settimane giungeranno direttamente da Lombardia Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Questo programma non è da confondersi con le notizie prevalentemente falsate che circolano nella rete e raccontano di un esodo di cittadini italiani verso l’Albania, È un programma invece che tende a portare nel territorio all’interno dell’azienda delle eccellenze utili a far crescere anche il personale locale.

Abbiamo notato un’energia e una capacità in queste persone che oltre essere grandi professionisti sono anche persone che hanno molto da insegnare ma soprattutto che hanno un’etica è una cultura del lavoro del lavoro in gruppo estremamente radicata, valore questo molto importante in un territorio dove non esiste una cultura storica del lavoro.

BLG riapre la filiale di Skopje e Struga dopo la crisi politica macedone.

A febbraio del 2018 riaprirà la filiale del gruppo in macedonia chiusa durante la crisi politica dello scorso 2016.

La riapertura della struttura operativa nella Repubblica di macedonia sarà affidata ad un dirigente di alto profilo che porterà come prima iniziativa l’organizzazione di una manifestazione legata al mondo delle costruzioni oltre allo sviluppo del programma di aperture di agenzia del territorio sul modello albanese.

In questo momento la macedonia dà maggiori garanzie di stabilità dal punto di vista politico e quindi di conseguenza anche economico il programma di sviluppo del gruppo prevede anche l’apertura di alcune filiali dei centri di formazione professionale che attualmente stanno avviando le loro attività in Albania.

Durante il matching del 25 gennaio sarà presente il gruppo dirigente di BLG macedonia per incontrare le imprese partecipanti e presentare eventuali possibilità e opportunità nel paese che fu di Alessandro il grande.

Aumento di capitale in BLG per investire nel settore digitale e nei servizi nel 2018

L’economia digitale e la crescita di produttività si sta caratterizzando per la grandissima velocità con cui si accumulano valori economici ma anche con livelli di concentrazione della ricchezza e del valore economico prodotti in pochissimi mani.

BLG group ha completato un aumentato di capitale portando lo stesso dai precedenti 1.900.000 agli attuali 5.000.000 interamente sottoscritto in proprio senza ricorso ad alcuna forma di finanziamento esterno.

Tuttavia per quanto una caratteristica propria dell’economia digitale è quella di favorire la crescita delle diseguaglianze, occorre ancor riconoscere che il potenziale di apertura e di interconnessione orizzontale che le nuove tecnologie portano, contiene una enorme possibilità di sviluppare forme di democrazia economica e di partecipazione di grandissima portata.

Non è un caso per altro che la grande diffusione della cosiddetta sharing economy o economia collaborativa, stia crescendo proprio grazie all’accessibilità e alle potenzialità delle tecnologie digitali. Una crescita che si accompagna anche a molta confusione, non fosse altro che sul piano terminologico, infatti si sta rischiando di definire sharing economy qualsiasi cosa che si sviluppi attraverso una piattaforma informatica.

In molto casi, soprattutto quelli più affermati sul mercato, la “collaborazione” o lo sharing riguarda i mezzi di produzione, il rischio di impresa, la catena di distribuzione del servizio-prodotto mentre non riguarda il valore aggiunto o la ricchezza prodotta che spesso viene invece “ottimizzata” ed estratta dal gestore della piattaforma, con l’effetto paradossale e beffardo di chiamare sharing economy una riedizione in chiave digitale della vecchia “economia estrattiva” dove di condivisione e collaborazione se ne vede gran poca.

Certamente le nuove tecnologie miglioreranno le funzioni di mera organizzazione e distribuzione del lavoro, che verrà gestita con maggiore efficacia e puntualità dalle macchine e dalle piattaforme (estrattive); mentre identità, solidarietà, tutela e legittimità di una governance partecipativa hanno ancora bisogno di organizzazioni fatte di persone e con le persone e le comunità. Soprattutto se dobbiamo immaginare un welfare del futuro che per essere equo e “universale” dovrà essere responsabile e partecipato dai diversi portatori di interesse.

Non basta però pensare che poiché la “domanda sociale” e i bisogni di cura delle persone sono incomprimibili, per sentirsi al riparo dalle evoluzioni e dai rischi di “disoccupazione tecnologica” anche nel settore del lavoro di cura. Certo se pensiamo alle dinamiche demografiche, i lavori di assistenza e il “mercato del welfare” sono in espansione e di conseguenza lo spazio di lavoro per cooperative sociali e professionisti del welfare è assicurato, ma questo non può bastare a sentirsi al riparo o a legittimare un disinteresse verso le nuove tecnologie digitali e al loro utilizzo anche nel settore sociale, poiché proprio il fatto che la domanda di welfare è in crescita, continuare a fornire risposte “tradizionali e consolidate” non è sufficiente ad assicurare il futuro a cooperative sociali e professionisti del welfare.

Dobbiamo invece capire come includere al meglio le nuove tecnologie non solo per digitalizzare il welfare o per affiancare ai nostri operatori socio sanitari, i nuovi robot-assistenti o i dispositivi per la telemedicina, ma dobbiamo capire come usare queste nuove tecnologie per migliorare la capacità di generare relazioni inclusive, impegno delle persone, solidarietà e responsabilità reciproca tra le persone.

Infatti uno dei grandi problemi che ci troveremo ad affrontare riguarda da un lato l’accessibilità a queste nuove tecnologie, dall’altro quali meccanismi di governance e di regolazione è necessario mettere in campo per evitare che gli enormi potenziali di sviluppo dell’economia digitale si concentrino in poche mani come, ahi noi, già sta accadendo fin troppo rapidamente.

In questo contesto la visione delle realtà associative, della partecipazione sociale, del protagonismo del mondo del Terzo settore è necessario a mantenere aperta una finestra di democrazia nell’evoluzione della società delle comunicazioni e dell’intelligenza artificiale.

Per questo siamo del parere che il modello della cooperazione sociale deve portare all’economia collaborativa esperienze in cui il valore prodotto è distribuito in modo più equo tra le parti e soprattutto quando a fianco del valore economico si produce anche capitale sociale, esperienze relazionali ed affettive, valori simbolici e quindi contribuisce a costruire senso e non solo ad ottimizzare forme organizzative.

La cooperativa dunque, anche quando si avvalga della nuova tecnologia delle connessioni e della collaborazione su piattaforma, può essere molto più che uno spazio virtuale di collaborazione, ma un vero e sostanziale luogo di condivisione.

Cooperare è infatti molti più che collaborare: è un fare insieme che si alimenta di reciprocità e questa reciprocità è il cuore del mutualismo. Il mutualismo digitale quindi non può certo accontentarsi della dimensione dello “sharing” ma deve imparare a sfruttarne il potenziale sia per far nascere nuova cooperazione, sia per rispondere alla diversificazione dei bisogni, sia per innovare radicalmente le imprese cooperative esistenti e per alimentare il capitale sociale delle comunità locali, dei territori e con le nuove tecnologie anche il capitale sociale delle “comunità virtuali”.

Conferire alle persone capitale sociale e strumenti di partecipazione e protagonismo economico, se non fa aumentare la loro ricchezza materiale, certamente contiene e riduce comunque le diseguaglianze, così come aumentare la “condivisione” di beni e servizi attraverso forme reali e paritetiche di “sharing” consente di ovviare la mancanza di possesso col potenziamento dell’uso (collettivo) di beni e servizi.

Le grandi trasformazioni in corso nella rivoluzione digitale ci propongono un’altra sfida, oltre quella della sharing e della platform economy ed è quella che riguarda la natura cooperativa dei processi di innovazione. Per certi versi alcune forme di economia digitale sono diventati strumento per estrarre dalla società il capitale sociale e privatizzarlo sotto forma di dati e ricavi di denaro, restituendo l’illusione di una condivisione “social” che è solo virtuale.

L’innovazione dei processi relazionali e di produzione di beni simbolici e relazionali (lavoro di cura, gestione dei beni culturali, processi di partecipazione, gestione di servizi) sono ambiti sui quali le cooperative potrebbero esprimere un vantaggio competitivo e una vocazione naturale ad essere meglio performanti.

Lavoro e welfare sono il cuore dell’esperienza delle cooperative sociali che dobbiamo saper rilanciare anche nel cuore dell’economia digitale, a partire dalla abilità dimostrata dalle cooperative nel organizzare risposte a bisogni emergenti, passando dall’esperienza delle cooperative sociali di inserimento lavorativo che hanno saputo portare a fattore produttivo persone espulse dal mercato del lavoro e dai sistemi economici tradizionali. Ora si tratta di trovare il modo per mettere a frutto quella creatività per cercare di rendere democratico, accessibile e inclusiva la nuova rivoluzione industriale ed economica guidata da digitalizzazione e intelligenza artificiale.

BLG, parla Loretta Chiarini dal 2001 al nostro fianco

Loretta Camilla Chiarini è una manager che non si accontenta del solo lavoro, già di per sé complesso. Assieme ad alcune colleghe e amiche ha fondato la prima associazione di donne imprenditrici e manager per darsi sostegno e per promuovere le attività dirigenziali al femminile, su un ambito territoriale e anche nazionale. Oltre a questo, ha aderito a un progetto anti-stalking, uno dei problemi principali che riguardano le donne e la loro incolumità.

L’abbiamo intervistata per voi.

Donne, imprenditoria e Balcani. Quale equilibrio, quali ostacoli e quali sfide?

Essere un imprenditore in Italia è complicato per molti motivi, tra cui la burocrazia asfissiante. Esserlo nei Balcani è anche più difficile, vista la carenza delle istituzioni e l’insinuarsi della malavita. Nonostante ciò, molte donne scelgono di essere imprenditrici e manager, e devono lavorare il doppio per conquistare un lavoro ritenuto ancora “da maschi”. La sfida di tutti, uomini e donne, è creare sinergie operative con le istituzioni, attivare una cultura della legalità, capire le esigenze anche “diverse” delle imprese al femminile affinché possano crescere non solo nel proprio territorio.

BLG e il principio dell’economia Cattolica

Con il termine finanza cattolica si definisce quel settore della finanza che si ispira esplicitamente ai principi della Dottrina sociale della Chiesa cattolica contenuta nei documenti cattolici ufficiali, in analogia con quanto avviene per altre religioni monoteiste (come ad esempio la finanza islamica). Non è da confondersi, come a volte avviene, con gli enti laici gestiti da persone che si dichiarano cattoliche per i quali è solitamente utilizzato il termine di finanza bianca [1].

Principi base

Sebbene non esistano regole tecniche specificamente cristiane per la finanza, o tipici “prodotti finanziari cristiani” o forme di investimento che sono obbligatorie per i cattolici[2], nella Dottrina sociale della Chiesa cattolica il punto centrale è la giustizia sociale. La Chiesa cattolica, in campo economico, non ha proposto modelli specifici di riferimento, preferendo semplicemente annunciare dei principi generali[3], ma numerosi sono stati negli anni i pronunciamenti papali in tema di economia e finanza, anche se a volte contrastanti tra di loro. Si riportano qui solamente gli ultimi più importanti.

Dopo l’istituzione dello Stato Città del Vaticano, la Santa Sede adottò la logica del capitalismo finanziario e ne seguì le stesse vicende nel bene e nel male. Il canone 1539 del Codice di diritto canonico del 1917, voluto da Eugenio Pacelli, certificava l’accettazione di questa logica: «Administratores possunt titulos ad latorem, quos vocant, commutare in alios titulos magis aut saltem aeque tutos ac frugiferos»[4]. Gli investimenti dovevano rispettare la regola del reddito ‘più elevato e sicuro’ e ciò riguardava non solo le disponibilità pontificie, ma anche quelle della variegata moltitudine di enti religiosi e di laici interessati dalle leggi eversive riguardanti i beni ecclesiastici.

Durante il Concilio Vaticano II la questione finanziaria della Santa Sede fu oggetto di molti interventi che si tradussero in indicazioni contenute in vari documenti. Paolo VI trasferì queste volontà nella costituzione apostolica Regimini Ecclesiae universae, pubblicata il 15 agosto 1967 [5]. Arrivò infine l’enciclica Populorum Progressio ad inaugurare «un nuovo orientamento nella politica degli investimenti vaticani: essa non avrebbe dovuto seguire il criterio del massimo profitto, come avveniva agli inizi sotto la guida di Bernardino Nogara, ma avrebbe dovuto ispirarsi a princìpi etici»[6].

Prestito ad usura

Ogni forma di interesse sui prestiti è stata condannata come intrinsecamente cattiva per quasi mille anni di storia della Chiesa [7][8]. I Concili Lateranensi Secondo (1139) e Terzo (1179) proibirono l’usura e dichiararono che la sua condanna era contenuta nella Bibbia. Il Decretum Gratiani (ca. 1159) dedica a questo una speciale sezione, ribadendone il divieto. Anche Urbano III, nella Lettera Consuluit nos (tra il 1185 e il 1187), ha esercitato un notevole influsso riferendo le parole contenute in Lc 6,35 all’usura [9].

Tommaso d’Aquino afferma che il denaro è sterile in senso morale: il denaro non può produrre denaro, il suo scopo è essere un mezzo di scambio per beni utili ed essere consumato nell’uso. «L’uso del denaro è la medesima cosa della moneta stessa». Il denaro non ha altro valore che essere consumato. L’essenza della moneta, secondo Tommaso, è il suo consumo: non ha altro uso. Invece, l’interesse per un mutuo è il prezzo per il suo uso. Questo significa separare la proprietà della sostanza del denaro dal suo uso, che sono indistinguibilmente la stessa cosa. E questa separazione è il peccato di usura. Dovendo restituire più di quanto si è ricevuto, solo per aver usato il denaro, significa pagare due volte.[10]

La svolta si ebbe nel basso medioevo, con la pubblicazione nel 1303 da parte del francescano Alessandro Bonini, noto anche come Alessandro di Alessandria, del trattato De Usuris[11]. La teoria in esso contenuta, favorevole all’applicazione di un tasso di interesse in caso di prestito, venne ripresa nel XV secolo da San Bernardino da Siena; per il frate minore il prestito bancario alle imprese va remunerato perché il denaro è produttivo in quanto consente di acquistare il tempo, necessario per effettuare la produzione e la produzione dei beni che servono all’uomo nella produzione. Però il tempo, che produce il reddito tramite il capitale fisso e circolante, è un fatto divino, il tempo è di Dio e gli va reso, mediante un impiego fruttuoso economicamente effettuato in modo efficiente ed onesto. Nacquero così i monti di pietà (e a Siena il Monte dei Paschi), istituti di credito non usurari, che puntavano alla giustizia commutativa nei contratti e distributiva nelle azioni collettive, pubbliche e private[12]. Il primo di essi fu fondato a Perugia nel 1462 dal francescano Michele Carcano. La bolla papale di Leone X, Inter multiplices, del 1515 rimosse ogni dubbio circa la liceità di riscuotere un interesse sui prestiti erogati.

Carità

È presente in diverse confessioni l’usanza di destinare una parte del proprio reddito annuo in opere di carità. Secondo i Cattolici, il motivo per cui è richiesto ad ogni fedele di versare la decima (e quindi una percentuale del 10% dei propri redditi) è spiegato dalle parole contenute nel Vecchio Testamento[13]: in esse la parola “restituzione” è centrale perché tutto ciò che viene guadagnato o posseduto in questa vita è dato, in ogni caso, da Dio. Egli dà ai suoi fedeli tutto quello che hanno e chiede solo che una parte di esso venga ridistribuita per portare benedizioni e felicità.

La Bibbia considera inoltre tra i peggiori peccati l’avarizia[14]. Tommaso d’Aquino sosteneva invece l’astensione dal commercio per ecclesiastici e religiosi: essi dovevano evitare non solo ciò che è male, ma anche ciò che sembra male, come (secondo lui) era il caso degli affari, a causa dei vizi frequentemente connessi con questo mondo [15].

Le encicliche papali

Un riferimento chiaro e preciso sul comportamento che la Chiesa si aspetta dai propri fedeli in ambito economico è l’enciclica Centesimus Annus, pubblicata nel 1991 ad integrazione della precedente enciclica Rerum Novarum del 1891. In essa si afferma che «Lo sviluppo non deve essere inteso in un modo esclusivamente economico, ma in senso integralmente umano. Non si tratta solo di elevare tutti i popoli al livello di cui godono oggi i Paesi più ricchi, ma di costruire nel lavoro solidale una vita più degna, di far crescere effettivamente la dignità e la creatività di ogni singola persona, la sua capacità di rispondere alla propria vocazione e, dunque, all’appello di Dio, in essa contenuto».

La proprietà dei beni può essere legittimamente privata, ma il suo uso deve essere orientato al bene comune: «Se si domanda quale debba essere l’uso di tali beni, la Chiesa … non esita a rispondere che a questo proposito l’uomo non deve possedere i beni esterni come propri, ma come comuni», perché «sopra le leggi e i giudizi degli uomini sta la legge, il giudizio di Cristo. In questo senso si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo».

Nella Centesimus Annus viene anche indicato qual è il giusto guadagno che può essere ricavato dalle attività economiche. «La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda: quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell’azienda. Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell’impresa».

Vi è anche un riferimento all’etica degli investimenti: «In proposito, non posso ricordare solo il dovere della carità, cioè il dovere di sovvenire col proprio “superfluo” e, talvolta, anche col proprio “necessario” per dare ciò che è indispensabile alla vita del povero. Alludo al fatto che anche la scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un settore produttivo piuttosto che in un altro, è sempre una scelta morale e culturale. Poste certe condizioni economiche e di stabilità politica assolutamente imprescindibili, la decisione di investire, cioè di offrire ad un popolo l’occasione di valorizzare il proprio lavoro, è anche determinata da un atteggiamento di simpatia e dalla fiducia nella Provvidenza, che rivelano la qualità umana di colui che decide».

Da queste parole parole esponenti autorevoli della Chiesa hanno sovente tratto opinioni profondamente diverse. Papa Francesco ha ripreso più volte la frase secondo la quale il denaro è lo sterco del demonio[16] mentre Mons. Javier Echevarría, a capo dell’Opus Dei dopo la scomparsa del fondatore san Josemaría Escrivá espresse il seguente pensiero: “A volte si trova ancora il vecchio pregiudizio di ritenere la finanza ed il mercato come qualcosa di necessariamente negativo o pericoloso per un cristiano. Ma queste realtà, se orientate al servizio degli altri e vissute con onestà, possono diventare occasione per dar gloria al Signore. Insomma, Dio si può trovare anche a Wall Street”[17].

L’enciclica Caritas in veritate di papa Benedetto XVI del 2009 e l’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium del 2015 di Papa Francesco indicano invece un percorso per un rinnovato sistema economico e finanziario; in particolare quest’ultima[18] sottolinea la necessità di proporre soluzioni concrete e non solo analisi teoriche.

Infine, nell’Enciclica Laudato si’ del 2015, Papa Francesco sottolinea la necessità di modificare la concezione di progresso, di gestire l’economia in maniera più responsabile e di liberare il nostro stile di vita dalla schiavitù del consumismo, sottolineando l’obbligo di proteggere il Creato per le future generazioni. Egli fa riferimento, inoltre, alla necessità di promuovere un nuovo modello di finanza sostenibile, basato sul concetto di Cura e su un rinnovato senso di responsabilità per “la nostra casa comune”. Parte del discorso è incentrato sulla vera natura della finanza quale strumento per favorire l’utilizzo delle risorse in eccesso al fine di promuovere l’economia reale.

Enti finanziari cattolici

Direttamente posseduti dallo Stato Città del Vaticano, e quindi riconducibili alle volontà del Santo Padre, risultano essere lo IOR e l’APSA. Esiste poi l’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero, che gestisce i beni delle diocesi italiane utili a garantire il sostentamento economico dei sacerdoti[19].

Alcune diocesi e istituti religiosi di vita consacrata gestiscono inoltre enti finanziari che garantiscono una fonte di reddito utile alla loro attività pastorale. Per esempio la diocesi di Trento gestisce dal secondo dopoguerra L’Istituto Atesino di Sviluppo, che fu per un breve periodo anche proprietario della Banca di Trento e Bolzano poi confluita in Banca Intesa. I Salesiani hanno invece coinvolto Orionini e Cappuccini di Genova per costituire nel 2004 Polaris, una Società anonima lussemburghese avente il compito di gestire i patrimoni accumulati da decenni di lasciti e raccolta delle donazioni, in particolare derivante dall’eredità Gerini (44-45-46).

All’estero esistono molti casi di fondi eticamente orientati presieduti o semplicemente garantiti da enti religiosi: è il caso dell’Ave Maria Fund[20], famiglia di fondi creata specificamente per investitori che cercano un buon rendimento finanziario da quelle aziende che non violano gli insegnamenti della Chiesa cattolica; oppure del Christian Brothers Investment Services [21], che gestisce i risparmi delle organizzazioni cattoliche che intendono unire fede e finanza attraverso la gestione responsabile del proprio patrimonio. Analoghi criteri di selezione e screening etico troviamo nel Catholic Equity Fund[22], fondato nel 1999 a Milwaukee, che in questi anni si è specializzato anche nella pratica della shareowner advocacy, ovvero nell’influenzare il comportamento delle aziende attraverso un dialogo diretto con il management ed un esercizio responsabile del diritto di voto alle assemblee.

Enti finanziari italiani che si ispirano ai precetti cattolici

Dopo l’enciclica Rerum novarum, si svilupparono nel XIX in Italia le Casse rurali di matrice cattolica che, quasi sempre ad opera di parroci illuminati, riuscirono a contenere l’emigrazione e contribuirono allo sviluppo territoriale tanto che lo stesso Don Luigi Sturzo, divenuto Sindaco di Caltagirone in Sicilia, ne creò una. Così questa pratica di costituire banche di matrice religiosa per un’economia “di giustizia” si estese tra la fine del sec XIX e l’inizio del XX dando luogo a vari istituti tra cui il Banco Ambrosiano, la Banca San Paolo di Brescia, la Banca Cattolica del Veneto, la Cattolica Assicurazioni (che nel suo statuto contiene ancora un riferimento alla religiosità dei suoi soci), la Fondazione Caritate Christi Compulsi, l’Istituto bancario San Paolo di Torino, la Banca Provinciale Lombarda, il Credito Bergamasco, il Credito Romagnolo, il Banco S. Geminiano e S. Prospero[23] e così via.

Uno degli enti creditizi più importanti nato in ambito cattolico fu il Banco di Roma. Il Banco sorse nel 1880 all’indomani della crisi del 1873-1878, grazie alla sottoscrizione da parte della Santa Sede di 5.150 azioni (il 50% del capitale azionario, divenuti nel tempo l’80% grazie ad alcuni aumenti di capitale) ed anche ad un cospicuo deposito del papa Leone XIII nel Banco appena sorto[24]. Il Banco, dopo alterne vicende, confluì poi nel gruppo Unicredit.

Successivamente, con la nascita del welfare e con le varie leggi bancarie, è sparita dall’orizzonte di molte banche cattoliche la contestualità etica di produzione e ridistribuzione della ricchezza, sopravvivendo solo in parte nelle Casse rurali che hanno cambiato nome in Banche di Credito Cooperativo.